Oggi vi propongo qualcosa di diverso dalle mie solite letture, un'antologia di poesie il cui tema è la vita. Brutta, bella... non lo sa...

DI SOLE E D'OMBRA


Oggi vi propongo qualcosa di diverso dalle mie solite letture, un'antologia di poesie il cui tema è la vita. Brutta, bella... non lo sappiamo ma l'autrice con questo libro prova a spiegarcelo.

La vita come una Linea interrotta. La vita bugiarda, incomprensibile, bastarda. La vita: il bene più prezioso o insopportabile peso. Con il suo corollario di illusioni, disillusioni, sogni, speranze, delusioni. L'amore, un diamante. Un diamante che può mutare in grafite, nera polvere.
Linea interrotta è la prima raccolta poetica di Claudia Cangemi, giornalista, caposervizio de Il Giorno. Una prova d'esordio sorprendentemente matura e compiuta, anche dal punto di vista formale. Il giornalista, si sa, è addestrato alla penna, ma talora il passo alla poesia è troppo più lungo. Non è certo il caso della Cangemi, che ha temprato ogni parola al fuoco del dolore, del risentimento pacificato, della consapevolezza dopo il buio nel quale d'improvviso ciascuno di noi può sprofondare. E a quale luce ci ridestiamo dagli abissi delle tenebre? (Alberto Figliolia)
 

TITOLO: LINEA INTERROTTA
AUTORE: CLAUDIA CANGEMI
EDITORE: DAVIDE ZEDDA EDITORE
PAGINE: 95
PREZZO: 12,00€





L'autrice presenterà il secondo volume della sua bella e toccante raccolta di poesie "Di sole e d'ombra" il giorno sette Giugno presso la libreria Gulliver a Cinisello Balsamo in via Frova, 3 alle ore 21:00.
 






"Il regno della poesia
è la notte profonda
tra il sonno e la veglia
in quell'attimo impossibile
la civetta dell'anima
spicca il volo
e si getta in picchiata
ad afferrare stelle"
 
Inevitabile e necessario partire da quest'affermazione. La notte profonda, inquieta (versi che ricordano alcune atmosfere di Füssli), e il dormiveglia, quello stato intermedio dell'essere, dove il sogno pare più reale del reale, il regno di ogni possibile impossibile e del viceversa, l'impero dell'inconscio che rompe gli argini e tracima dal pozzo al cosmo, “civetta dell'anima” che “spicca il volo e si getta in picchiata ad afferrare stelle”, quelle stelle così brucianti e, nel contempo, così algide, come le cicatrici di cui la vita ci ha cosparso corpo e spirito.

La poesia di Claudia Cangemi si nutre di questi impulsi frugando nel fondo di sé, portando a nudo con coraggio, non rinunciando, non camuffando, non celando. Sono versi sovente brevi, soltanto in apparenza dimessi e rotti (anche se si deve fare i conti con un voluto schema di rottura di presunte certezze consolidate); versi senza inutili abbellimenti, fumisterie e pirotecnie verbali, verbosità o bave d'aggettivi, né orpelli di sorta: la scabra e aspra verità della condizione umana, ecco che cosa trapela, affiora e, rivelando, si svela. La verità del dolore, foss'anche; quel dolore che vive anche e soprattutto nel domestico quotidiano. Un “esercizio” arduo, ostico, un peso grave da (sop)portare, ma è il prezzo da pagare se non vuoi esser abusivo, se vuoi esser vivo.

“Tutta la mia intelligenza
 coltivata in anni di studi
 non valeva l'istinto
 di una gatta randagia”.

Né basta l'intelligenza della mente, essa non sopperisce ai rovesci che la storia di ogni individuo reca in sé e con sé; più varrebbe l'intelligenza del cuore, quel cuore che è così facile ferire, che sanguina senza rimedio come il cielo porpora del tramonto. “Mi ricordo benissimo, era l'estate del 1893. Una serata piacevole, con il bel tempo, insieme a due amici all'ora del tramonto. [...] Cosa mai avrebbe potuto succedere? Il sole stava calando sul fiordo, le nuvole erano color rosso sangue. Improvvisamente, ho sentito un urlo che attraversava la natura. Un grido forte, terribile, acuto, che mi è entrato in testa, come una frustata”, così scriveva nel suo Diario il geniale norvegese Edvard Munch. Quell'angoscia che attanaglia e che sembra non avere spiegazioni o cause, che ti coglie alla sprovvista e ti afferra alla gola, e ti manca il fiato, ti manca la volontà...
 
“Ricordo quel viaggio
come un lungo incubo
sotto la pioggia
 sull'autostrada
 piena di curve
Non avevo mai sentito
così vicina
la tentazione del nulla
Udivo
un canto
 d'oscura sirena
chiamarmi
dalla profondità
della mia disperazione
senza nome.
 
 Sarebbe bastato
il gesto della mano
che teneva il volante
a cancellarmi
in un attimo
come un compito sbagliato.
 
Ma come Ulisse
mi sono legata
all'albero maestro
della vita”.
 
Per Munch furono i colori, per la Cangemi sono le parole a cercare di dare un senso, di porre un limite alla trionfale avanzata del nulla fagocitante. Tuttavia, pur nel lancinante “canto d'oscura sirena”, si alza l'“albero maestro della vita”. Corde che ci legano per salvarci: il volto di un figlio, l'amore di madre, “Un raggio di luce” che “fa brillare persino carcasse d'auto abbandonate”.
La nostra vita si muove fra abissi sognanti e crudeli bisogni, il dolore come “un sasso appuntito dentro il cuore”, ansie e aneliti, cadute e ascese, desideri, speranze, aspettative e paure, un complesso e arcano movimento, separazione e viaggio verso, anche quando...
 
“Il treno corre
sui binari
sempre più disanimati
delle incombenze
quotidiane.
 
Quello che manca
è l'illusione
rassicurante
di conoscere
la prossima fermata.
 
Mi spaventa
fino al midollo
l'idea di una corsa
senza stazioni
 né arrivo”.
 
Però dai finestrini puoi scorgere...
 
“Frange di nubi
nell'immenso blu” a inzaccherare “il cuore di possibilità”. Perché arrendersi? “Amore
chiama
 amore
e io non voglio altro.
 
Ai duri di cuore
lascio tutto il resto”.

Certo non è solamente un arcobaleno di disperazione o una lenta sfilata di spettri. Talvolta la visione si rasserena, non occorre molto, è sufficiente una rosa del deserto.
 
“Giorno dopo giorno
 la terra
ti ha creato
e nutrito
del suo cuore d'argilla.

In questo secondo volume di poesie emerge la piena maturità dell'autrice. La forma-contenuto si fa più compiuta e il marchio del proprio stile è inconfondibile. Claudia Cangemi è una giornalista (per giunta una brava giornalista, merce non facile da reperire sul mercato), quindi abituata a maneggiare la parola, con la quale ha ampia e continua dimestichezza, ma la prosa giornalistica è ben altra faccenda rispetto alla parola poetica. Eppure Claudia non ha patito il salto e lo scarto: della parola poetica sa servirsi con tutta la forza e umiltà necessaria.
 
Consentitemi di chiudere riportando altri versi, frammenti d'anima in dono:
 
“Un'altra notte
 divora dolcemente
 questa giungla birmana
 migliaia di miglia
a est del passato”...
“Nel mio cuore
 c'è un buco
 a forma di te”...
“Non ho casa
nei sogni.
 
 La mia anima
disseminata
 ama perdersi
 nei vicoli.
 
Non ho più bisogno
di stanze sicure.
 
Non ho più fretta/ di arrivare”.
 

(Alberto Figliolia)
 
 
 


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